“Alla morte di mio nonno, la bottega restò chiusa. Non avevo la forza di entrarci.”
Comincia da qui la storia di Francesco Pierini, e comincia da un dolore. Il nonno era stato il suo maestro: gli aveva insegnato la “nobile arte” del calzolaio, quella che si tramanda di mano in mano, di generazione in generazione.

In breve. Francesco Pierini, 28 anni, è calzolaio da tre generazioni. Alla morte del nonno, il maestro che gli aveva insegnato il mestiere, non riusciva più a varcare la soglia della bottega di Minervino Murge, e la chiuse. Poi trovò il coraggio di riaprirla, proprio in uno dei borghi più piccoli e “lenti” della Puglia. La sua è la prova concreta che restare nelle aree interne è una scelta possibile e vincente. Per chi si ispira a storie come la sua, oggi esistono strumenti come Resto al Sud 2.0, che sostengono chi vuole avviare un’attività e restare o tornare in Puglia.
Quando è venuto a mancare, per Francesco è stato troppo. La saracinesca della bottega di Minervino Murge è rimasta abbassata. Non riusciva nemmeno ad avvicinarsi a quella soglia.
Poi, un giorno, gli sono tornate in mente le parole del nonno: “Francesco, riapri la bottega a Minervino. Lavora qui.”
E lui l’ha fatto.
Una scelta contro corrente
Francesco ha 28 anni. Poteva fare il calzolaio ovunque: ha imparato il mestiere nella bottega del nonno a quattordici anni, poi è andato a perfezionarsi tra Firenze e Napoli, ha studiato, ha girato. Aveva tutte le strade aperte per costruirsi una vita altrove.
E invece ha scelto Minervino Murge, che lui stesso definisce il paese più lento della Puglia — “quello dove ritrovi la tua vera essenza”. Un piccolo borgo della Murgia che, come tanti, conosce bene il peso dello spopolamento.
L’ha scelto proprio per questo. Non nonostante fosse un paese che perde i suoi giovani, ma perché lo era. “Volevo aiutare un piccolo paese che soffre”, ha raccontato. E lì ha riaperto la porta che non riusciva più a varcare.
Lavora scalzo, per sentire la terra
C’è un dettaglio di Francesco che dice tutto di lui: lavora a piedi nudi. Lui, che le scarpe le costruisce e le ripara, sta scalzo — perché dice di aver bisogno di sentire il territorio sotto i piedi. Un piccolo paradosso che è anche una dichiarazione: questo non è solo un lavoro, è un modo di stare al mondo.
L’ho conosciuto a Canosa, al Premio Dea Ebe, la sera in cui il suo talento veniva premiato. Quando ci siamo fotografati, mi ha chiesto una cosa che non dimenticherò: di farlo senza scarpe, tutti e due. Perché quel legame con la terra, dice, si sente anche dai piedi nudi. E così, in quella foto, siamo scalzi entrambi.
Sui social racconta le sue giornate — la luce, la lentezza, le mani al lavoro — e attorno a quel racconto ha costruito una comunità di migliaia di persone che ogni giorno guardano rinascere un mestiere che sembrava destinato a scomparire.
C’è una frase che ha detto sul nonno, e che mi è rimasta addosso: “ho perso mio nonno, ma qui a Minervino ne ho trovati tanti altri”. In poche parole c’è tutto — le radici, la perdita, e una comunità che diventa famiglia.
Perché questa storia conta più di mille discorsi
Io passo le mie giornate a parlare di aree interne, di spopolamento, di fondi per i territori che si svuotano. Sono cose importanti. Ma restano numeri, finché qualcuno non le trasforma in una vita.
Francesco è quella vita. È la prova, in carne, ossa e cuoio, che restare non è una rinuncia. Che un mestiere antico può parlare il linguaggio di oggi. Che un paese piccolo non è un posto da cui scappare, ma un posto in cui si può riaprire una porta e ricominciare.
E soprattutto: che il futuro, a volte, non arriva da fuori. Nasce da una bottega.
Se anche tu hai un’idea e vuoi restare
La storia di Francesco è la sua, e nessuno può copiarla. Ma il coraggio che l’ha mossa — restare, o tornare, e provarci — quello sì, si può scegliere. E oggi, per chi lo sceglie, c’è qualcosa in più di ieri.
Esiste una misura come Resto al Sud 2.0, pensata proprio per chi vuole avviare un’attività e costruire il proprio futuro qui, nel Sud. Non è un regalo, ed è giusto dirlo: è uno strumento, e come tutti gli strumenti va usato bene, con un progetto solido dietro. Ma esiste. E chi ha un’idea nel cassetto, oggi, ha una porta in più a cui bussare — che si tratti dell’avvio di un’impresa, di un intervento nel proprio borgo con Cultura nei Piccoli Comuni, o di un progetto più ampio. Il quadro completo è nella pagina Bandi e Finanziamenti.
Grazie, Francesco, per avermi ricordato che a volte il coraggio più grande non è partire, ma restare. La Puglia ha bisogno di giovani come te — e di storie come la tua.
Se ti interessa il tema dei giovani che restano e dei borghi che rinascono, leggi anche l’approfondimento sui fondi per le aree interne della Puglia e su come la cultura può rigenerare i piccoli comuni.
Se hai un’idea e vuoi capire se può diventare reale, scrivimi. Raccontami cosa hai in mente: valutiamo insieme se c’è una strada, e da dove partire.
È un calzolaio di 28 anni, artigiano da tre generazioni, che ha scelto di portare avanti l’attività di famiglia — “la nobile arte” — a Minervino Murge, in provincia di Barletta-Andria-Trani. Formatosi tra Firenze e Napoli, è tornato nel suo territorio ed è diventato un simbolo del ritorno ai mestieri artigiani e della scelta di restare nei piccoli borghi della Puglia.
Perché Francesco ha scelto consapevolmente di riaprire la sua bottega in un piccolo comune che soffre lo spopolamento, dimostrando che è possibile costruire un’attività e un futuro nelle aree interne invece di lasciarle. È un esempio concreto di come i mestieri e le persone possano dare nuova vita ai territori fragili.
Tra le misure attive c’è Resto al Sud 2.0, dedicata a chi vuole avviare una nuova attività nel Mezzogiorno. Per progetti legati alla cultura e ai piccoli comuni ci sono misure come Cultura nei Piccoli Comuni. La scelta dello strumento dipende dal tipo di progetto e dai suoi obiettivi, ed è utile farsi affiancare per costruire una candidatura solida.
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